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Atterraggio in parapendio: la tecnica corretta

3 agosto 2026 · A cura della Scuola Parapendio Roma

Un atterraggio corretto in parapendio non si improvvisa nei tre metri finali: si costruisce con un avvicinamento pianificato, sempre controvento, e si chiude con un flare dato al momento giusto. La sequenza classica è semplice da nominare — sottovento, base, finale — ma richiede metodo e allenamento. In questa guida vediamo passo per passo come si atterra bene, quali sono gli errori più comuni e come comportarsi nei siti ridotti.

Prima di atterrare: leggere il vento

La prima regola dell'atterraggio è una sola: si atterra controvento, cioè con il muso rivolto verso il vento. Volare contro vento riduce la velocità rispetto al suolo e rende la toccata più dolce e controllabile; atterrare con vento in coda, al contrario, significa arrivare veloci e rischiare di cadere.

Per capire da dove soffia il vento in atterraggio si usano più indizi: la manica a vento (windsock) se presente, il fumo, le bandiere, il movimento dell'erba e degli alberi, la direzione in cui atterrano gli altri piloti. Individuata la direzione, si sceglie di conseguenza il verso della finale. Saper leggere il vento e il meteo è centrale in tutto il volo, non solo in atterraggio: ne parliamo nella guida di meteorologia per il parapendio.

Il circuito di atterraggio: sottovento, base, finale

Per arrivare all'atterraggio con la giusta quota e nella giusta direzione si vola un circuito a forma di "L" rovesciata, mutuato dall'aviazione. Si compone di tre tratti:

  1. Sottovento: si vola parallelamente alla linea di atterraggio ma nel verso del vento (quindi in senso opposto a come si atterrerà), a lato del campo. È il tratto in cui si osserva il campo e si gestisce la quota.
  2. Base: si compie una virata di circa 90° e si attraversa perpendicolarmente al vento, perdendo l'altezza in eccesso e preparandosi all'allineamento finale.
  3. Finale: l'ultima virata porta il parapendio ad allinearsi controvento verso il punto di atterraggio. Da qui si vola dritti, senza più virate strette.

La chiave è la gestione dell'energia. Se si arriva troppo alti si allarga il circuito o si inseriscono delle "esse" sopra la traiettoria per smaltire quota; se si è bassi si accorciano i tratti. La regola d'oro è non fare mai virate strette e basse vicino al suolo: è una delle situazioni più pericolose in assoluto. Meglio arrivare un po' alti e perdere quota con manovre dolci che ritrovarsi bassi e costretti a girare. Per i casi in cui serve scendere molto in fretta dall'alto esistono manovre dedicate, spiegate nell'articolo sulle manovre di discesa rapida.

La fase finale e il flare

Il tratto finale è quello che decide la qualità dell'atterraggio. Alcuni punti fondamentali:

  • Uscire dalla sella: prima di toccare terra ci si rimette in posizione verticale, sfilandosi dalla seduta e portando le gambe sotto il corpo, pronti a mettere i piedi a terra e a correre se serve.
  • Ali livellate e sguardo avanti: si vola dritti, guardando verso il fondo del campo e l'orizzonte, non i propri piedi. Fissare il suolo sotto di sé è un errore classico.
  • Velocità di volo: in finale si lascia volare la vela alla sua velocità, con i freni alti o appena accennati, per conservare l'energia necessaria al flare.

Il flare è la frenata finale: negli ultimi metri si abbassano progressivamente entrambi i comandi per convertire la velocità in avanti in portanza, riducendo insieme la discesa e la corsa in avanti fino a posare i piedi dolcemente. Il tempismo è tutto. Frenare troppo presto e troppo in alto fa risalire la vela per poi lasciarla ricadere; frenare troppo tardi fa toccare terra ancora veloci. Il flare va quindi iniziato quando il suolo si avvicina e completato al momento del contatto, in modo graduale e simmetrico.

Il dosaggio cambia con il vento. Con vento sostenuto la velocità al suolo è già bassa e serve poco flare, ma bisogna essere pronti a girarsi e a "chiudere" la vela dopo la toccata per non farsi trascinare. Con vento assente o debole si arriva con più energia e serve un flare pieno e ben calibrato, spesso accompagnato da qualche passo di corsa.

Errori comuni in atterraggio

  • Non uscire dalla sella e atterrare seduti, con le gambe davanti.
  • Anticipare il flare (frenata alta) o ritardarlo (toccata veloce).
  • Guardare i piedi invece dell'orizzonte, perdendo il senso dell'altezza.
  • Fare una virata stretta e bassa per "aggiustare" la traiettoria all'ultimo.
  • Atterrare con vento in coda o troppo di traverso per non aver letto bene il vento.
  • Frenare in modo asimmetrico in finale, facendo imbardare la vela.

Quasi tutti questi errori nascono da un avvicinamento mal pianificato o dalla fretta. Un circuito impostato per tempo li previene alla radice. È lo stesso metodo, fatto di preparazione e attenzione, che rende il parapendio un'attività gestibile: se ti interessa il quadro sui rischi e su come si riducono, leggi l'articolo su quanto è pericoloso il parapendio.

Atterraggi in siti ridotti

Non sempre si atterra in un ampio prato. Quando il campo è piccolo o circondato da ostacoli servono precisione e margini. Alcuni accorgimenti:

  • Pianifica l'avvicinamento con anticipo e scegli un punto di riferimento (la cosiddetta "chiave") da cui impostare la finale.
  • Arriva con un piccolo margine di quota da poter smaltire, invece di rincorrere il campo da bassi.
  • Mira alla parte iniziale dell'area libera: è meglio toccare presto in sicurezza che stiracchiare la planata oltre un ostacolo.
  • Sta' alla larga dal sottovento di ostacoli e rilievi, dove si formano rotori e turbolenza.
  • Se necessario perdi quota con manovre dolci prima della finale, mai con virate strette in prossimità del suolo.

Gli atterraggi di precisione, come tutto il resto, si imparano gradualmente e sotto la guida di un istruttore, che nei primi voli segue l'allievo via radio proprio nella fase di avvicinamento.

Atterraggio fuori campo: la calma prima di tutto

Quando si vola in termica o in cross può capitare di dover atterrare lontano dal campo previsto, in un cosiddetto atterraggio fuori campo. La regola numero uno è decidere per tempo: individuare l'area libera finché si ha ancora quota, senza ridursi a cercarla da bassi. Si sceglie un campo ampio, il più possibile in piano, senza cavi elettrici, animali o ostacoli, e si pianifica un normale circuito controvento.

Meglio privilegiare la sicurezza rispetto alla comodità: un campo un po' scomodo ma libero e sottovento pulito è preferibile a uno perfetto ma circondato da ostacoli. Attenzione ai cavi, spesso poco visibili dall'alto, e al sottovento di case e alberi, dove l'aria è turbolenta. Una volta a terra si raccoglie la vela e, se serve, si chiede il recupero. Sono situazioni che si affrontano con serenità solo se si è costruita una buona base: per questo la gestione dell'atterraggio si allena fin dai primi voli.

Allenare l'atterraggio

L'atterraggio è una manovra che migliora volo dopo volo, con la ripetizione e con i consigli di chi osserva da terra. Nei nostri corsi di parapendio l'avvicinamento e il flare sono tra i primi gesti che curiamo, perché saper atterrare bene è la base dell'autonomia in sicurezza. Se vuoi capire l'intero percorso che porta al brevetto, dai un'occhiata all'articolo su come diventare pilota di parapendio; se invece parti da zero, la pagina scopri il parapendio e la sezione iscrizione ti spiegano come iniziare con noi. La Scuola Parapendio Roma vola in Lazio e Centro Italia dal 2011, con l'istruttore nazionale Fabio Pasquali e i suoi quarant'anni di esperienza. Daje, si vola!

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